Habitat 2004
Single channel video, 10 minutes loop, DVD
Habitat – I need to know what's going on
Kjersti Sundland lavora con il video e l'elaborazione digitale delle immagini. Attraverso un uso sofisticato delle tecnologie di manipolazione
del materiale visivo, realizza video ambigui dove oggetto d'indagine non è solo l'identità, ma la distorsione che il filtro mediatico opera su di essa.
Privi di struttura narrativa, i video di Kjersti Sundland mostrano figure umane soggette a mutamento. La tecnologia, che l'artista sfrutta per
decostruire e ricostruire la realtà, diventa specchio di una identità incerta, ed in tal senso è restituita come il luogo dell'anomalia, come
realtà che costringe a metamorfosi qualsiasi cosa con cui viene a contatto.
Habitat (2004) è una video installazione formata da un video proiettato in scala 1:1 su due schermi e una serie di disegni. Habitat è un luogo ambiguo.
La prima sequenza mostra una stanza: un uomo dorme, un cane riposa, un televisore acceso trasmette segnali distorti. La videocamera scorre lentamente come un pendolo da un estremo all'altro della stanza. La sequenza è costruita attraverso quattro differenti video della stessa scena «incollati» l'uno all'altro, che danno l'effetto di un'unica immagine panoramica. Ad un certo punto la videocamera si avvicina allo schermo del televisore, ed esso diventa a tutto campo: il segnale distorto che trasmetteva si concretizza nell'immagine di un luogo pubblico condiviso da uomini e animali, ma la scena è disturbata, sporca, come se il segnale arrivasse ad intermittenza da una videocamera di sorveglianza. L'atmosfera è sospesa. Un senso di incertezza e di inquietudine la pervade. Uomini e animali non si toccano, non si guardano, anche se sostano nella stessa dimensione spazio temporale. Un filo sottile, un accenno impalpabile, passa dagli uni agli altri. Nella dimensione onirica e televisiva non c'è più distinzione di genere e di identità. La scena è realizzata mescolando
immagini dello Zoo e della metropolitana di Berlino. Il rumore di fondo è un mix di suoni registrati in questi luoghi e su di esso si staccano le voci di una donna e di un uomo che alludono ad una persona forse annegata.
Nuovamente, la videocamera torna nella stanza. Il televisore continua a mandare interferenze, l'uomo e il cane a dormire. Il video è in loop.
La videocamera che passa dall'uomo al cane, che indugia come se volesse scavare nei sogni, sembra una spia nell'incedere lenta ma implacabile.
Kjersti Sundland si serve degli «effetti speciali» non solo per dare vita a realtà incongrue, ma per portare allo scoperto la potenza manipolatrice dei mezzi di elaborazione e diffusione delle immagini. In Habitat si ha l'impressione di essere sempre sotto il controllo di un «occhio indiscreto».
In scala 1:1, le immagini fanno sì che lo sguardo dello spettatore voyeur si identifichi allo stesso tempo in quello indagatore della videocamera. L'ambiguità tra immagini manipolate e realtà è un elemento tipico del
linguaggio visivo di Kjersti Sundland. In Habitat l'artista sviluppa una riflessione sulla tecnologia già presente nei precedenti video dove
«caratteri» creati a computer agivano dentro paesaggi artificiali, che li ingabbiavano e li plasmavano in ibridi a metà tra realtà umana e animale, costretti in comportamenti stereotipati, in mondi falsi, virtuali, preda di pulsioni scorrette, a volte ammiccanti e seducenti. Il materiale di base di questa serie di video sono immagini filmate di persone su fondo neutro. Il «bagno» digitale da ad esse forma di grotteschi pupazzi: nel mantenere l'apparenza umana, sembrano «lavati» nella tecnologia e usciti metamorfosati nelle sembianze e nei comportamenti.
Alessandra Pioselli
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